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Der Text zu Grafen Prandi de Ulmhort ist in italienischer Sprache verfasst.
Nel 1809, fu eletto nel "Consiglio dei Pregadi" Dominus Jacobus Prandi. Nel successivo Consiglio Ferdinandino del 1838 il patrizio Jacobus Simone Valentino de Prandi, chiuse con la sua elezione, la partecipazione dei membri della famiglia alle massime pubbliche della città. A Trieste sono nati i conti Leonardo de Prandi, dopo aver dimorato per un periodo nella ve?miglia a Cassegliano (San Pier d'Isonzo), dove rimasero orfani di padre in tenera età, si trasferirono con la madre, la contessa Margherita, a Gorizia abitavano fino 1939 nella villa già Backslaff in Via Ponte Isonzo vico 39, oggi Via Don Bosco 103, loro attuale dimora. Ed è a Gorizia che i due fratelli si sono sposati e sono nati i loro figli. Pur non avendo partecipato alla storia della città nei secoli precedenti la famiglia legata in un certo modo alla Contea di Gorizia, infatti un suo antenato fu direttore delle miniere di Idria, al tempo nel territorio della Contea. Inoltre, al giorno d'oggi, i Prandi costituiscono parte della nobiltà ancora presente in città. Le notizie che seguono ci sono state gentilmente concesse dai conti Leonardo e Prandino, i quali hanno raccolto i dati riguardanti la loro famiglia presso i libri parrocchiali delle Chiese di San Giusto e di San Bartolomeo (Barcola) a Trieste, della parrocchia del Duomo di Arco (Trentino) e ad Idria, dove però i risultati sono stati scarsi per l'assenza di alcuni libri di consultazione. I riferimenti storici sono tratti dagli scritti dello storico triestino L. de Jenner, dall' Archivio Diplomatico Triestino e da documenti di famiglia che costituiscono ciò che è rimasto dell'archivio. Infatti quest'ultimo, più volte ricordato per la sua consistenza, ha subito nel corso dei due ultimi secoli alcune distruzioni: la prima risale al periodo napoleonico ed è stata arrecata dai soldati croati durante l'assedio all'esercito francese dislocato nel castello di San Giusto (Trieste), quando per riscaldare il cibo utilizzarono le pergamene e i volumi della biblioteca della casa dominicale Prandi di Via San Michele (delle Cronache Cittadine). Nel settembre 1850 un incendio doloso distrusse il palazzo Prandi di Barcola, oggi Fondazione Rittmeyer, nell'occasione si salvarono a stento i familiari mentre andarono perduti importanti documenti. Un altro danno fu arrecato tra il 1915-'17 dall'esercito italiano che scheggiò il palazzo di Cassegliano, disperdendo buona parte della biblioteca e dell'archivio di famiglia, le notizie si desumono dalla denuncia dei danni di guerra presentata dal conte Gino Prandi. Il colpo di grazia avvenne nel 1938 quando un ennesimo incendio devastò la biblioteca ed il restante archivio di Cassegliano. Fortunatamente in tante sciagure sono rimasti integri i diplomi originali di nobiltà che la famiglia ricevette nei secoli: La Patente di Nobiltà austriaca con il predicato de Ulmhort concessa dall'imperatore Ferdinando I il 25 Novembre 1839; La Patente di Nobiltà tirolese datata 11 luglio 1842; Il Titolo di Conti Pontifici concesso da papa Pio IX il _0 aprile 1847. Il capostipite della famiglia è Bernardino, nativo della Località di Padaro, una piccola frazione montana di Arco nel Trentino. Nei libri parrocchiali delle nascite del luogo sono citati più volte i Prandi come abitanti di Padaro, chiamata nel dialetto del luogo Par o Paro. Anche le famiglie Prandi che in seguito si trasferirono a valle nelle località di Vigne, Arco e dintorni, erano originarie di Padaro. Nonostante alcuni libri siano bruciati durante il periodo della peste è stato ugualmente possibile ricostruire un albero genealogico, anche se non completo. Dopo il 1530 ricorre con molta frequenza il cognome Prandi, talvolta con storpiature come Prando da Padar o Prandino. Le prime notizie, in successione cronologica, citano due fratelli nativi del luogo, Antonio e Francesco Prandi da Padaro. Antonio fu padre di Francesco, nato nel 1566, e di Bernardino nato nel 1573. Nel libro dei battezzati dal 1539 al 1590 di Padaro a pagina 8 si legge: "11.01.1573 Bernardin figlio di Antonio dei Prandi della villa di Padara (Paro) fu battezzato, il compare fu Antonio dei Homizolli la comare dona Orsolina Moser". Bernardino diverrà il capostipite della famiglia triestina e risulterà il personaggio più illustre del casato. Egli si trasferì a Trieste nel 1620 e visse gli anni successivi tra la città giuliana ed Idria (Tolmino) dove fu direttore della miniera di mercurio per conto della Casa regnante. I meriti acquisiti presso la Corte imperiale gli valsero il titolo di nobile del S.R.I ottenuto con diploma dell'imperatore Ferdinando II, datato Vienna 16 gennaio 1626 e nell'occasione gli fu conferito lo stemma. Ricoprì importanti cariche politiche: fu consigliere cesareo, supremo esattore dei Dazi del Cragno e della provincia di Trieste dal 1642 al 1644, luogotenente di Trieste nel 1650, carica che detenne per poco tempo in quanto venne nominato nel 1652 perfetto e capitano di Idria. Contrasse tre matrimoni, il primo nel 1624 con Laura figlia di Francesco de Calò (famiglia originaria di Bitonto - Bari). Dal matrimonio nacquero sei figli: Bartolomeo nel 1625, Francesco nel 1627. Giovanni Felice nel 1629, Pietro Antonio nel 1631, Lucrezia Giovanna nel 1632 e Giovanni Federico nel 1633. Questo ramo si estinse con i pronipoti. Nel 1634 Bernardino rimase vedovo, l'anno successivo sposò donna Laura, della quale non si conosce il casato d'appartenenza, che gli diede cinque figli maschi: Bernardo Marco nato nel 1636, Ferdinando Francesco nel 1642 e Giovanni Francesco nel 1645. Tale linea continuò con i discendenti di Ferdinando Francesco. Rimasto nuovamente vedovo nel 1645, Bernardino sposò con dispensa pontifica lo stesso anno la cognata Regina Laura, figlia di Francesco de Calò, anch'ella vedova. Dall'unione non nacquero figli. Ferdinando Francesco ebbe per consorte Lavinia, figlia di Bartolomeo de Coppa, una famiglia di patrizi veneti trasferiti a Trieste già nel XV secolo che si estinse con la generazione di Lavinia. Dal matrimonio nacquero tre figli: Ferdinando nato nel 1662 (?) che dedicò la sua vita alla Chiesa, Prandino Ignazio nel 1665 e Saverio Bortolomeo nel 1670. Tra il primogenito ed il secondogenito Ferdinando Francesco ebbe un figlio naturale nel 1664 al quale venne dato il nome di Zuanne Antonio. La moglie Lavinia morì nel 1685 e Ferdinando Francesco sposò donna Giovanna (non si conosce il cognome) della quale non ebbe figli. Morì nel 1693 e fu sepolto nella Basilica di San Giusto. Prandino Ignazio ricoprì importanti cariche amministrative a Trieste: fu vice consigliere cesareo, provvisore, giudice e rettore, generale priore. Per circa 30 anni fu membro dell' Amministrazione cittadina, nell'Archivio Diplomatico sono presenti numerosi atti da lui firmati. La decisione più importante presa assieme a Pietro de Leo, Didio Giuliani e a due provvisori, fu quella di inviare il barone Gabriele Marenzi a Graz dall'Imperatore per perorare la costituzione del Proto Franco a Trieste. Questo obiettivo si concretizzò nel 1719, un anno dopo la fortunata spedizione diplomatica, durante il regno di Carlo VI. Prandino Ignazio sposò nel 1685 Anna Catarina, figlia di Gisto de Vitalli, e dal matrimonio nacquero nove figli: Leonardo nel 1687 che sposò Elisabetta Laura de Saurer, ma morì senza prole; Ferdinando Felice nel 1688 sacerdote secolare e parrocchia di Ospo d'Istria; Giusto Ignazio nel 1690 sacerdote secolare a Trieste; Bernardo Apollonio nel 1694; Domenico Saverio nel 1695 (morto neonato); Lavinia Silivia detta per vezzo "Vinia" nel 1697; Giovanni Barnabà nel 1700; Maria Chiara nel 1702 morta a 7 anni e Ignazio Ilario nel 1704 che morì nel 1733 celibe, senza prole. Prandino Ignazio morì a 68 anni nel 1733. Giovanni Barnaba sposó nel 1731 Camilla, figlia di Filippe Perkel de Ehrenlieb (famiglia oriunda di Graz) ed ebbe un'unica figlia, Maria Gioseffa Margherita, nata nel 1733 residente a Gradisca d'Isonzo e sposa del cavaliere del S.R.I. Francesco Antonio de Goerzer. Il casato fu continuato dal fratello Bernardo Apollonio, il quale sposò nel 1732 Maria Caterina figlia del nobile Michele Stella. Dall' unione nacquero sette figli: Anna Antonia Cassandra nel 1733 che morì nel 1800; Eleonora Maria Gioseffa nel 1734, morta pochi giorni dopo la nascita; Ignazio Francesco Domenico nel 1735; Giusto Michele Giuseppe Domenico nel 1736 e deceduto l'anno successivo; Eleonora Santa Francesca nel 1738; Leonardo Giacomo Michele nel 1740 e Maria Teresa Geltrude nel 1741 deceduta pochi giorni dopo la nascita. Leonardo Giacomo Michele fu sempre chiamato col secondo nome con il quale pure si firmava. In gioventù egli dilapidò le sostanze ereditate dai genitori conducendo per anni una vita alquanto sregolata. Sposò Agnese Alviani, vedova dell'architetto Cesare Rodolfo Deretti, che gli portò una cospicua dote. Dal matrimonio non nacquero figli. Rimasto vedovo Leonardo Giacomo Michele si dedica ai commerci e all'industria con uno stabilimento Barcola e diventò molto ricco. Costruì il palazzo di famiglia in Via S. Michele; acquistò un fondo presso Grignano con l'edificio del convento dei Francescani e della chiesa annessa, in seguito per lunghi anni dimora estiva della famiglia. Comperò una bella dimora patrizia a Barcola (offi Istituto Rittmeyer). Secondo lo storico Jenner fu l'ultimo triestino a parlare solo in "tergestin", snobbando il veneto che ormai imperversava nei ceti popolari e commerciali. Convolò in seconde nozze nel 1798 con la giovane Teresa, figlia di Gaspare Fecondo nobile de Früchtenthal. Teresa nacque popolana nel 1778, il padre fu successivamente elevato al rango nobiliare dall'imperatore Francesco I con diploma del 4 aprile 1794, quindi al momento del matrimonio ella apparteneva già al ceto nobiliare. La famiglia Fecondo, di origine napoletana, si stabilì a Trieste all'inizio del XVII secolo. Dal secondo matrimonio nacquero quattro figli: Maria Caterina nel 1802; Maria Teresa nel 1803; Giuseppina Gioseffa nel 1805 e Giacomo Simone Valentino nel 1811. Unico figlio maschio, egli risultò subito di costituzione fragile tanto che i familiari dubitarono sulla sua vita; Grazie però alle cure della madre e della zia Maddalena Fecondo egli crebbe vigoroso, non solo nel corpo ma pure nell'animo. Nel 1839 ricevette dall'imperatore Ferdinando I il titolo di nobile austriaco col predicato DE ULMHORT; nel 1842, in seguito a richiesta, ottenne l'iscrizione alla nobiltà tirolese e nel 1847 papa Pio IX gli concesse il titolo di Conte Pontificio. Nel 1848 con dispensa pontificia sposò la contessa Aria ALBERTI DE POJA, figlia di Pietro conte Alberti de Poja e di Maria Caterina de Prandi, sua sorella. Dal matrimonio, celebrato a Rovereto il 16 marzo 1848, nacquero due figli: Teresa Maddalena Gregoria nel 1849, morta alla tenera età di tre anni e Giacomo Pio Pietro nel 1850, che continuò il casato. Egli fu salvato a stento, a pochi mesi di vita, dall'incendio doloso che distrusse il palazzo dominicale della famiglia a Barcola, fatto accaduto nella notte tra l'8 e l'9 settembre 1850. Visse a Trieste, orfano di padre, cresciuto dalla madre Agria quale unico rampollo della famiglia. Seguì studi privati e viaggiò molto per erudirsi, dimostrò un vero talento per la musica suonando la spinetta ed anche componendo. come d'uso a quel tempo imparò l'arte di un mestiere che fu quello del falegname. Costruì la grande casa di Via San Michele 10 (Trieste), ristrutturò il palazzo di Grigano e nel dicembre 1878 acquistò dal conte Samuel GJULAI (famiglia originaria della Transilvania), ricco possidente a Gorizia, la proprietà di Cassegliano, costituita da una villa venata e da 750 campi, già proprietà dei conti SBRUGLIO, un cavato di antica nobiltà veneta. Si sposò giovanissimo nel 1870 con Carolina Guglielmina, figlia di famosi commercianti che asserivano d'appartenere alla nobiltà svizzera). Dal matrimonio nel 1871 nacque Giacomo che morì a Lubiana nel 1884. Misero al mondo altri otto figli: Carolina nel 1872 sposa dell'I.R. colonnello BRUSCHINA di Ronchi; Teresa nel 1874 che sposò L'avvocato MATTIONI di Capodistria; Olga nel 1875 che si coniugò con il nobile RUGGERO del Torre, noto farmacista di Romans d'Isonzo; Valeria nel 1876 che si unì in matrimonio con Giuseppe Gasparini di Villesse; Bianca nel 1877 che sposò Oreste de ZANUTTO di Trieste; Emma nel 1879 che rimase nubile; Oscar nel 1880 e che morì a Nervi nel 1902 e Gino nel 1881. La famiglia risedette nel palazzo di Via San Michele che disponeva di un parco di 7.000 metri quadrati, conducendo un tenore di vita elevato. Nel 1883 la moglie Carolina Guglielmina morì di tubercolosi. Intanto la casa era diventata troppo piccola per tutti i figli e per istituirci la servitù, per cui il conte Giacomo Pio Piertro decise di stabilire la nuova residenza nel palazzo di Cassegliano. L'anno successivo, nel 1886, sposò la sorella minore della moglie, Emma Elisabetta, dalla quale ebbe quattro figli: Amelia nel 1887; Dolores nel 1888, morta bambina; Mercedes nel 1894 e Aldo Renato nel 1896. Desideroso di dare alle molte figlie una buona educazione le affidò alle suore di Notre Dame e per l'occasione acquistò a Gorizia una casa nell'attuale Via Cascino. Morì a Venezia nel 1905. Il padre Giacomo Simone Valentino istituì in famiglia il fedecommesso, per cui la successione patrimoniale e soprattutto l'Azienda agricola spettava al primogenito. Alla morte di Giacomo Pio Pietro, il fedecommesso sarebbe passato al figlio Oscar, per cui il fratello minore Gino si dedicò alla carriera militare. Entrò a 15 anni nel I Corso dell'Accademia Navale dell'I.R.M. da guerra. Ma in seguito l'abbandonò, non è chiaro il motivo ma si sa che al momento della morte del padre, nel 1905, egli era iscritto ai corsi tecnici dell'Università di Monaco. La morte improvvisa del fratello Oscar lo pose quale capostipite della famiglia ed erede del fedecommesso. Il conte Gino si trasferì a Cassegliano dove prese dimora; in breve divenne podestà di San Pier d'Isonzo e si dedicò alla vita politica goriziana, aderendo al movimento di mons. Faidutti (Partito Popolare) e ricoprendo la carica di consigliere provinciale di Gorizia e Gradisca. Fu tenente di Cavalleria del V° Reggimento Dragoni Nicola I, imperatore di tutte le Russie e nel 1910 fu comandato nella Divisione di Cavalleria dei Cacciatori Dalmati. Allo scoppio della Prima guerra mondiale si presentò volontario e fu destinato al fronte della Gorizia. Fu ricoverato in un lazzaretto per nefrite, ma per il valore dimostrato di fronte al nemico fu fregiato della medaglia di bronzo "Signum Laudis" della Croce di Carlo. Dimesso dall'ospedale militare entrò nel comitato per i rifugiati della Galizia e poi in quello per i rifugiati del Sud e particolarmente per quelli di Gorizia. Dopo la disfatta di Caporetto ricoprì la carica di commissario per il vettovagliamento nelle zone liberate. A Gorizia nel 1917 fu istituito su richiesta della Dieta Provinciale e della Camera di Commercio l'Istituto di Credito di Guerra per il Territorio Meridionale, che ebbe il compito di dar corso immediatamente alla ricostruzione delle aree colpite dagli eventi bellici. La Contea di Gorizia e Gradisca scelse come rappresentanti il conte Gino Prandi per la popolazione di lingua italiana e Antonio Iakoncic, al tempo direttore della Cassa di Risparmio di Gorizia, in rappresentanza della popolazione slovena. Questo Istituto funzionò fino alla fine del conflitto (novembre 1918). Leale verso la Casa d'Austria, rifiutò di aderire come ufficiale nel R.E. italiano sostenendo che "un ufficiale e gentiluomo giura fedeltà una volta sola". Non volle far parte del Partito nazionale Fascista rifiutando sempre la loro tessera. In seguito a questi fatti fu arrestato mentre passeggiava sul lungomare di Grignano e scortato da due carabinieri con baionetta innestata, come un comune delinquente. Fu inviato al confino da scontrare in Sardegna. Rientrato in regione si stabilì a Cassegliano e Grignano occupandosi soprattutto dell'Azienda agricola e della ristrutturazione della villa di Cassegliano, seriamente danneggiata durante la guerra quando fu anche usata come Comando del generale Armando DIAZ. Nel periodo bellico (1915-17) la villa fu saccheggiata, sparirono gioielli, argenteria, dipinti, mobili, collezioni di monete antiche e libri preziosi e rari della biblioteca di famiglia. Nel 1912 il conte Gino aveva sposato Olga Clementina Franziska CAVALLAR e dal matrimonio nacque nel 1916 a Vienna il figlio Bernardino Augusto. La contessa Olga morì nel 1918. Nel 1924 il conte Gino sposò a Cassegliano Margarethe Federika Wilhelmine, figlia del K.u.K. contrammiraglio Paolo Federico Augusto nobile de POTT e di Antonia Augustina Anna, figlia di Antonio Augusto Otto, direttore della "Sezione artistica e letteraria" della tipografia del Lloyd Austriaco di Trieste ed editore per molti anni dei giornali triestini in lingua tedesca "Triestiner Zeitung" e "Triestiner Tagblatt". Dal secondo matrimonio nacquero due figli: Leonardo Giacomo Vittorio nel 1926 e Prandino Ludovico Paolo nel 1928 che attualmente vivono nella villa di Gorizia e costituiscono la linea principale della famiglia. Il conte Gino morì a Torino nel 1936 per un male incurabile, lasciando i due figli orfani di padre in giovanissima età. Il conte Bernardino Augusto, figlio di prima nozze, orfano di madre fin al fanciullo ereditò le sostanze patrimoniali della genitrice piuttosto cospicue ed in seguito all'introduzione del Nuovo codice Civile del Regno d'Italia, che scioglieva il fedecommesso istituito dal bisnonno, ereditò buona parte del patrimonio Prandi. Poco incline allo studio fu affidato ad un'istitutrice e frequentò scuole specialistiche in Austria ed in Svizzera. Rimasto poi orfano di padre si trovò a disporre da giovanissimo di una cospicua fortunata patrimoniale. Durante l'occupazione tedesca di Trieste fu preso e deportato nel campo di sterminio di Bruckenwald. Ebbe la fortuna di sopravvivere e di far ritorno in patria. La sua deportazione non fu causata da motivi politici, ma dal suo stravagante modo di comportarsi chi probabilmente diede fastidio a qualcuno. Nel 1949 sposò a Gorizia la dottoressa Bruna Maria FRANZOTTI, dalla quale non ebbe figli. Morì ricoverato in casa di cura a Bologna nel 1972. Lasciò una figlia naturale, Bernardina, che attualmente vive a Trieste. Leonardo Giacomo Vittorio, figlio del conte Gino e della seconda moglie Margarethe de POTT studiò a Gorizia prima in collegio e poi al liceo classico. Nel 1944 interruppe gli studi perché richiamato alle armi nell'ultimo periodo della Seconda guerra mondiale. Militò nel 208° Corpo Carristi della 174° Divisione di Fanterra della Wehrmacht di stanza a Gorizia. Partecipò a numerosi sconti a fuoco. Alla fine del conflitto riprese gli studi interrotti in una scuola tecnica superiore in Svizzera. Nel 1958 ha sposato Maria Fortunata CIUK, nativa di San Martin di Quisca e dal matrimonio è nato nel 1960 il figlio Alessandro. Dal 1956 al 1961 è stato secondo caposcalo all'aeroporto di Gorizia; dal 1961 al 1969 caposcalo a Ronchi dei Legionari ed a Roma - Fiumicino - nella Compagnia Alitalia. Per il suo interessamento alla salvaguardia del cimitero della K.u.K. Marina a Pola è stato nominato Ehrenmitglied della "Marine Verband" di Vienna e a riconoscimento gli è stata conferita una medaglia d'oro Studioso ed appassionato di storia locale attualmente vive con la moglie nella villa di Via Don Bosco a Gorizia. Il figlio Alessandro lavora nell'ambito dell'informatica, ha contribuito all'informatizzazione dell'Ateneo triestino, dell'Area di Ricerca Scientifica di Padriciano e del Centro Internazionale di Fisica Teorica di Miramare. Attualmente vive a Trieste. Dall'unione con Rosalba DE BIASI è nato nel 1987 il figlio Massimiliano Armando. Il secondogenito del conte Gino e di Margerethe DE POTT, Prandino Ludovico Paolo, studiò prima in collegio a Gorizia, poi all'arcivescovile Bertoni di Udine ed infine si diplomò al liceo scientifico di Gorizia. Assolvette gli obblighi militari con il grado di sottotenente e tenente nel reparto mortaisti del 114° Reggimento della Divisione Mantova di stanza a Gorizia. Dopo la divisione dei beni con il fratellastro Bernardino nel 1948 iniziò a ristrutturare la villa di Cassegliano, distrutta dall'incendio del 1938 e si dedicò alla conduzione dell'Azienda agricola. Intensificò l'allevamento del bestiame introducendo capi selezionati ed estendendo la coltura dei frutteti. Nel 1986, in accordo col fratello, vendette la proprietà di Cassegliano, concludendo il suo impegno di agricoltore. Già giovanissimo si interessò di politica, dal 1953 è stato intensamente impegnato nel Partito Liberale dove ha ricoperto varie cariche: segretario sezionale di Gorizia, segretario e presidente provinciale, segretario e presidente regionale. Abbandonò l'attività politica nel 1986 quando nel partito vennero meno gli ideali che lo caratterizzavano. Fu a contatto con i grandi esuli politici del mondo sovietico: lo scrittore Andrei Siniavskij ed il prof. Boris Paramonov furono ospiti in villa Prandi. Interessato ai movimenti culturali e politici dell'Europa, forti soprattutto in Baviera, collaborò alle iniziative della Pan Europa, presieduta da S.A. il parlamentare europeo Otto d'Asburgo. Partecipò all'organizzazione della visita ufficiale di Sua Altezza, figlio dell'ultimo Imperatore d'Austria, alla città di Gorizia, che fu ricevuto al palazzo del comune dal Sindaco Antonio Scarano e dalla giunta cittadina. Ha sposato nel 1969 Corina Mary, figlia di Fausto Brandolin e di Italia Di Bert, nata a La Plata (Argentina), danzatrice solista al Teatro Argentino. Attiva nell'associativismo è una delle fondatrici del Lions Club di Gorizia Maria Teresia ed organizza importanti manifestazioni culturali in città. Attualmente è titolare e direttrice della scuola "Tersicore" di danza classica con sede a Gorizia e a Monfalcone. Dal matrimonio sono nati due figli: Ferdinando Leonardo Ludovico nel 1970 e James nel 1972 (morto pochi giorni dopo la nascita). Ferdinando, diplomato al liceo scientifico, frequenta l'Università di Trieste ed attualmente vive con i genitori nella villa di Via Don Bosco a Gorizia. In regione vivono anche i discendenti di Aldo Renato, figlio di seconde nozze del conte Giacomo Pio Pietro. L'avvocato Aldo Renato, nato a Cassegliano nel 1896, sposò nel 1923 Wanda, figlia del nobile Ruggero del Torre e di Olga de Prandi. Dall'unione nacquero tre figli: Ferdinando Ruggero nel 1924; Luciana nel 1925 (morta all'età di dieci anni) e Renata nel 1931. L'avv. Aldo Renato ha frequentato lo Staatsgymnasium di Gorizia. Ha combattuto nella Grande Guerra nell'esercito I.R. Si è laureato in legge, è stato pretore onorario a Castelfranco Veneto ed in seguito libero professionista, trattando esclusivamente la parte civile e l'infortunistica. In seguito si è trasferito a Milano, dove principalmente ha curato gli interessi legali della Reale Cassa Mutua Lombarda, il Lloyd Continentale (poi Winterthur) e La Zurigo. È morto a Milano nel 1965 ed è stato sepolto a Romàns d'Isonzo. Il figlio Ferdinando Ruggero studiò a Gorizia e trascorse la sua giovinezza tra Milano, dove il padre esercitava, e Romàns d'Isonzo dove la famiglia tuttora possiede un'Azienda agricola. Ha sposato dott.ssa Diana nata a Milano nel 1952 laureata in giurisprudenza all'Università degli Studi di Trieste, apprezzata dirigente della regione Friuli Venezia Giulia e Claudia, nata a Gorizia nel 1955 impiegata presso l'Area di Ricerca Scientifica e Tecnologica di Padriciano (Trieste). Attualmente entrambe risiedono a Trieste.
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La famiglia dei conti Prandi è stata da sempre legata alla storia della città di Trieste dove era annoverata tra gli antichi casati patrizi. Dal 1687 al 1722 otto esponenti della famiglia, i cui nomi sono iscritti nell'Albo d'Oro della "Libera città di Trieste", sono stati eletti nel Consiglio cittadino, composto esclusivamente da patrizi, sede della vita comunale e massimo reggimento politico.